Se la notte avesse un nome
By Manuela on ott 7, 2011 in Uncategorized
… quale le daresti?”
Solo il rumore delle cicale, qualche grillo qua e là e lei, con la sua voce e quella strana domanda. Sdraiati sull’erba umida, soli nel mezzo di un prato, lontano da tutto il mondo di fuori, come cornice un cielo che così, D. non aveva mai visto. Gli occhi affamati di tutte quelle stelle che lui scopriva per la prima volta. La città con le sue luci nasconde al mondo intero un’anima latente fatta di un infinito di piccole azzurre stelle, così immenso e profondo da far quasi paura.
“ Le darei il tuo nome”. Non riusciva a dirlo, ma lo sapeva per certo. Tutto ciò che potè fare fu chinarsi su di lei per baciarla infinite volte tanto quanto infinita sembrava quella notte.
Poi inaspettatamente tutto finì. Le stelle che al buio, fino a qualche minuto prima li avevano avvolti, donado alla loro giovinezza una notte dal sapore eterno, pian piano scomparivano. Ad una ad una si ritiravano, lasciavano al cielo lo spazio azzurro di un imminente sole e agli occhi dei due giovani sdraiati a contemplarle, la sottile disperazione di un ricordo sul punto di nascere. Seppero che il loro tempo era finito. E si allontanarono l’uno dall’altra. In silenzio, come tutto era intorno, come tutto era iniziato, ognuno prese un sentiero diverso che, sapevano, non portava nella stessa direzione. E quel silenzio in un attimo diventò un rumore fortissimo, un pianto soffocato, un animo ferito. Pulsava incessantemente nelle orecchie, si dimenava nel petto, aveva tutto il sapore dell’alienazione e del perdono. Una disperazione consapevole, già calcolata, prevista, ma egualmente così intatta, così pesante da sembrare insostenibile. Ogni passo l’uno dall’altra era un traguardo verso l’irrazionale paradossale piacere che provano i giovani nel prendere coscienza del dolore. Ogni passo li allontanava dal sogno ma li avvicinava di più alla consapevolezza del mito, all’esperienza per eccellenza, a quella tanto agognata occasione perduta che trasforma la vita autentica in un romanzo. Non è questo forse a cui tutti noi aspiriamo? Non preferiremmo mille volte vivere il dolore del “se”, lasciarsi trascinare dall’idea romantica della cosa inconclusa, rimasta lì ferma in attesa di essere contemplata in un giorno d’estate, in un momento di solitudine? Quella ruga indelebile che trasforma il viso, che si accentua quando il pensiero la tortura, che si distende quando si lascia andare ad un lungo sospiro e finisce nell’abitudine. Tutti pagherebbero oro per avere nella propria vita un romanzo inconcluso, un viaggio finito ancor prima di cominciare. Tutti perderebbero l’anima per poterlo vivere in giovinezza, per trattenerlo in segreto fino alla fine della vita stessa e poi conservarlo qui sul mondo, come scarabocchio su un foglio, oltre la morte. Sentirci protagonisti per una volta di una tragicommedia romantica, veder i nostri nomi tra i titoli di coda di un film pluripremiato agli oscar e tratto da un best-seller mondiale. Meschino? Volgare? No…sarcasticamente puro, umano. In fondo, non ci si abbandona mai alle cose troppo belle, ma a quelle mediocri. C’è una sorta di incorruttibile fascino in esse, ci completano rendendo reali le nostre stesse mediocrità. Le cose troppo belle hanno la leggerezza del sogno e l’incorruttibilità di un diamante, ma non sono fatte per l’uomo che per un solo breve attimo. Oltre quell’attimo sarebbero contaminate e perdute per sempre.
Un auto sfrecciò veloce e D. provò un sussulto. Rapito dalla grandezza di quello che provava, camminava non più su questa terra ma su una creata apposta per lui e per quel momento. Ogni tanto, entrambi distanti ed opposti, cercavano con gli occhi l’altro, guardavano indietro verso un sole sempre più prepotente e immaginavano l’altro, un ombra indistinta nel troppo chiarore, che si avvicina correndo per raggiungere le braccia dell’amato e non abbandonarle più.
Ma nulla di tutto ciò accadde. Solo due giovani cuori disperati e la parola addio, come una eco, tra i loro pensieri.
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