Dinanzi la porta chiusa già mi sentirò bene Perché varcata quella soglia, potrò abbandonare il mondo conosciuto da tutti e ritrovare il mio. Tornata a casa, saprò esattamente dove sono tutte le cose che ho lasciato E sentirò l’odore delle nostre vite sul tavolino dove poggio le chiavi nell’appendiabiti per togliere l’ingombro del cappotto, nel vestito ampio e comodo che indosso, per il riposo. Toglierò le mie scarpe sporche di tanti passi frettolosi, di semafori e genti, di saluti con la mano e strade piene che a malapena ricordano chi le ha vissute. Mi libererò del trucco e scoprirò il mio viso, sarà stanco ma sollevato di guardarsi senza pensiero, di riconoscersi come lo conosco io pieno di tante ore passate lontano dal conforto sicuro di una voce senza parole. Né il passo deciso, né lo sguardo di fuori Danno ad intendere ciò che avviene dentro quando, dismessa l’ultima corazza, io mi abbandono e accolgo felice la benevole sensazione di esser sola. Benvenuta alla mia solitudine! Perché quando aspetto che mi lasci anch’essa sta per arrivare il tuo momento di tornare a casa.
Come l’oscurità è così anche il bianco, ti copre la strada da percorrere, ti rende cieco è la paura di volare ma anche quella di atterrare o peggio, di rimanere con i piedi per terra A volte la vita ti porta a un bivio Ed è tremendo dover scegliere quale strada percorrere Si ha la sensazione di non sapere dove trovarsi Di non sapere come tornare indietro Ogni piccolo passo che si fa in avanti È un faticoso lasciarsi alla spalle ciò hai di conosciuto Ciò che ti ha sempre rassicurato Ciò che chiamavi casa. Non si può aspettare, non in eterno Arriva il momento in cui devi decidere Devi. E vorresti solo non avere quest’ opportunità Vorresti non dover cambiare di nuovo la tua vita Perché quando l’hai fatto in passato Tutto ciò che ti ha portato È sempre quel maledetto bivio al quale ti trovi. La libertà è una lama a doppio taglio E non sempre è ciò che desideriamo. Ti lascia solo con te stesso e non fai altro che pensare Che quella è l’unica compagnia che non vorresti. Ironico, sospettoso e ribelle. Faccio un altro passo…e che sia quel che sia.
Queste sono le prime parole pronunciate da Barak Obama, nuovo presidente degli Stati Uniti. Nel suo discorso, dall’ammirevole retorica, e negli sguardi delle persone lì presenti si nota quanto davvero ci sia bisogno di un cambiamento. Non si tratta solo della crisi finanziaria, che è assolutamente di primaria importanza risolvere o quantomeno rimarginare, ma si tratta di una crisi sociale che sta coinvolgendo il mondo intero e il nostro piccolo insulso paese chiamato Italia, in modo particolare. Una crisi profonda e pericolosamente vicina a una definitiva rottura. Non potete immaginare quanto invidi gli americani in questo momento e quanto vorrei ascoltare anche io da un ipotetico “presidente” italiano parole di unità e orgoglio verso la nazione. Ma non quelle che pronuncia il presidente della repubblica a Natale… Deve essere alquanto bello riporre le proprie speranze su qualcuno che è lì per rappresentarti, che usa parole pulite, che lascia il proprio patrimonio al di fuori dell’ambito politico, che non minaccia, che non insulta, che non usa una poltrona per sè e una manica di fetenti, che non manipola la giustizia, che non usa politiche del terrore. In questo momento, che vivo lontano dalla mia casa, dal mio paese che mi ha negato la pagnotta, come si suol dire, ho un sentimento di “internazionalità” che non ha eguali. Non mi sono mai sentita tanto cittadina del mondo. Guardo alla politica tedesca e me ne interesso come se fosse da sempre stato il mio paese, me ne compiaccio in molti casi, e ho avuto ansia anche per le elezioni americane. Mi rendo conto che ogni paese in questo mondo non può più essere considerato “straniero”, non può più essere osservato con distanza, con noncurante interesse: ogni politica che viene attuata in ogni paese del mondo è un tassello fondamentale per l’equilibrio del mondo stesso. Non ci sono più confini. Per questo ho davvero sperato anche io e spero in lui come nuovo presidente. Che dia un’aria di freschezza alla putrescenza crescente delle coscienze sociali (italiane in particolare)! Qualcosa già è accaduto, qualcosa già ha fatto, involontariamente attraverso il colore della sua pelle (lo dico con tristezza)…speriamo che anche le sue mani sappiano fare qualcosa di buono.
Il Dirndl (nome assurdo e impronunciabile) è un abito tradizionale bavarese. Il termine in realtà vuol dire letteralmente “ragazzina”. Questo meraviglioso abito era tipico delle zone rurali alpine e veniva inizialmente portato dalle giovani pastorelle. Era quindi un abito modesto, delle classi più povere. Solo in seguito, nella seconda metà dell’800 il Dirndl venne portato anche dalle signore d’alta classe, come abito estivo. La storia vuole che il Dirndl diventi famoso nella città di Monaco grazie alla famiglia ebrea Wallach, i quali allestirono un negozio con svariate fantasie e modelli del tradizionale vestito. I Wallach furono anche i primi a portare il Dirndl all’Oktoberfest, organizzando sfilate in carro. Purtroppo durante il periodo nazista questa famiglia dovette abbandonare Monaco e chiudere bottega. Resta comunque oggi l’abito delle donne bavaresi, giovani o anche attempate, che amano vestirlo i giorni di festa, come la domenica e soprattutto durante le Volksfest (feste popolari) e ovviamente l’Oktoberfest. Di Dirndl oggi ne esistono svariati modelli, di svariati colori e misure. Ci sono anche i mini-dirndl, eccezionalmente corti. Prezzo di base? Minimo 100 euro, per un Dirndl discreto. Alternativa “maschile” del Dirndl sono i famosi Lederhosen, pantaloni a tre quarti di pelle di camoscio, indossati con camicioni e bretelle, anch’ essi d’obbligo per le occasioni speciali. Curiosità: tradizione vuole che le giovani donne ancora nubili portino il fiocco, con il quale legano il grembiule, dalla parte sinistra dei fianchi, ad indicare “disponibilità”.
Sei d’inverno, e spogli i tuoi occhi al sole pallido, dove è ancora il ricordo dell’oro all’orizzonte. E’ inverno Quando le colline perdono il loro profilo E la notte vince al giorno Il suo primato sul tempo. M’avvicino E sono d’inverno i tuoi respiri Oh povere braccia! Che mendicano al vento freddo Un angolo di conforto. E non c’è luogo in cui fuggire, non ci sono mura tanto alte che mi nascondano Da te che mi cammini accanto E dal tuo inverno che mi divora.