La grande tela

Gli ultimi anni sono stati davvero duri, siamo abituati a chiedere sempre meno e ad aspettarci nulla più che contentini; abbiamo imparato ad abbassare la testa o a girarla dalla parte più comoda; qualcuno si è inventato altrove una specie di sopravvivenza, altri hanno preferito soffrire, ma farlo a casa propria. Baci, abbracci e buona fortuna, sempre meno sedie intorno alla tavola.

C’è chi ha alzato la voce e ha detto “Non ci sto”, c’è chi ha stretto i pugni e gli ha mostrati ma poi ha preferito usare la voce, la tastiera, un click.

La storia ci dice che ogni generazione, chi più chi meno, ha l’opportunità di partecipare al cambiamento della generazione precedente e futura. Una sorta di passaggio di testimone o, come piace immaginarlo a me, una lunga scala che ci vede tutti in fila a raggiungere la sommità, alta. Alla fine di questa scala una grande tela immensa, dove ognuno di noi, con la propria matitina a colori può tracciare una linea, finire o aggiungere una figura, un qualsivoglia. Alcuni lasciano un bel po’, ispirati dalla salita, altri si limitano a sfiorarla intimiditi dalla sua grandezza. C’è chi finisce il disegno lasciato da qualcun altro, chi imita, chi rivoluziona, c’è chi crea e c’è anche chi distrugge. La riuscite a vedere?
Una sbirciatina generale al panorama, a quello che si è lasciato alle spalle, alla persona che ti precede e poi di nuovo giù. L’insieme delle linee e delle figure sulla tela è la storia, l’umanità. E in quel momento tutto nostro, in cui siamo lassù e abbiamo davanti il mondo intero, sta a noi decidere cosa fare, cosa disegnare, cosa lasciare a quelli che vengono dopo, come cambiare o adattarsi a quello che ha fatto chi prima di noi. Il nostro momento, nella storia.

Sprecare il momento in cui siam lassù e possiamo fare la differenza, vuol dire sprecare la vita stessa, ogni sforzo fatto per superare ogni gradino. Si possono cambiare i momenti di vuoto, quelli bui e profondi e sostituirli con qualcosa di meglio e si ha una sola unica occasione per farlo.

Penso che siamo tutti vicino a quel momento. Penso che sia arrivata l’ora di impugnare la matitina e iniziare a pensare cosa si vuole fare, se si vuole finire, distruggere o inventare. Ma facciamo presto…i gradini stanno per finire…

Se la notte avesse un nome

… quale le daresti?”
Solo il rumore delle cicale, qualche grillo qua e là e lei, con la sua voce e quella strana domanda. Sdraiati sull’erba umida, soli nel mezzo di un prato, lontano da tutto il mondo di fuori, come cornice un cielo che così, D. non aveva mai visto. Gli occhi affamati di tutte quelle stelle che lui scopriva per la prima volta. La città con le sue luci nasconde al mondo intero un’anima latente fatta di un infinito di piccole azzurre stelle, così immenso e profondo da far quasi paura.
“ Le darei il tuo nome”. Non riusciva a dirlo, ma lo sapeva per certo. Tutto ciò che potè fare fu chinarsi su di lei per baciarla infinite volte tanto quanto infinita sembrava quella notte.
Poi inaspettatamente tutto finì. Le stelle che al buio, fino a qualche minuto prima li avevano avvolti, donado alla loro giovinezza una notte dal sapore eterno, pian piano scomparivano. Ad una ad una si ritiravano, lasciavano al cielo lo spazio azzurro di un imminente sole e agli occhi dei due giovani sdraiati a contemplarle, la sottile disperazione di un ricordo sul punto di nascere. Seppero che il loro tempo era finito. E si allontanarono l’uno dall’altra. In silenzio, come tutto era intorno, come tutto era iniziato, ognuno prese un sentiero diverso che, sapevano, non portava nella stessa direzione. E quel silenzio in un attimo diventò un rumore fortissimo, un pianto soffocato, un animo ferito. Pulsava incessantemente nelle orecchie, si dimenava nel petto, aveva tutto il sapore dell’alienazione e del perdono. Una disperazione consapevole, già calcolata, prevista, ma egualmente così intatta, così pesante da sembrare insostenibile. Ogni passo l’uno dall’altra era un traguardo verso l’irrazionale paradossale piacere che provano i giovani nel prendere coscienza del dolore. Ogni passo li allontanava dal sogno ma li avvicinava di più alla consapevolezza del mito, all’esperienza per eccellenza, a quella tanto agognata occasione perduta che trasforma la vita autentica in un romanzo. Non è questo forse a cui tutti noi aspiriamo? Non preferiremmo mille volte vivere il dolore del “se”, lasciarsi trascinare dall’idea romantica della cosa inconclusa, rimasta lì ferma in attesa di essere contemplata in un giorno d’estate, in un momento di solitudine? Quella ruga indelebile che trasforma il viso, che si accentua quando il pensiero la tortura, che si distende quando si lascia andare ad un lungo sospiro e finisce nell’abitudine. Tutti pagherebbero oro per avere nella propria vita un romanzo inconcluso, un viaggio finito ancor prima di cominciare. Tutti perderebbero l’anima per poterlo vivere in giovinezza, per trattenerlo in segreto fino alla fine della vita stessa e poi conservarlo qui sul mondo, come scarabocchio su un foglio, oltre la morte. Sentirci protagonisti per una volta di una tragicommedia romantica, veder i nostri nomi tra i titoli di coda di un film pluripremiato agli oscar e tratto da un best-seller mondiale. Meschino? Volgare? No…sarcasticamente puro, umano. In fondo, non ci si abbandona mai alle cose troppo belle, ma a quelle mediocri. C’è una sorta di incorruttibile fascino in esse, ci completano rendendo reali le nostre stesse mediocrità. Le cose troppo belle hanno la leggerezza del sogno e l’incorruttibilità di un diamante, ma non sono fatte per l’uomo che per un solo breve attimo. Oltre quell’attimo sarebbero contaminate e perdute per sempre.
Un auto sfrecciò veloce e D. provò un sussulto. Rapito dalla grandezza di quello che provava, camminava non più su questa terra ma su una creata apposta per lui e per quel momento. Ogni tanto, entrambi distanti ed opposti, cercavano con gli occhi l’altro, guardavano indietro verso un sole sempre più prepotente e immaginavano l’altro, un ombra indistinta nel troppo chiarore, che si avvicina correndo per raggiungere le braccia dell’amato e non abbandonarle più.
Ma nulla di tutto ciò accadde. Solo due giovani cuori disperati e la parola addio, come una eco, tra i loro pensieri.

Ritorno

Ancora un altro passo e sarò a casa.

Dinanzi la porta chiusa già mi sentirò bene
Perché varcata quella soglia,
potrò abbandonare il mondo conosciuto da tutti e ritrovare il mio.
Tornata a casa,
saprò esattamente dove sono tutte le cose che ho lasciato
E sentirò l’odore delle nostre vite
sul tavolino dove poggio le chiavi
nell’appendiabiti per togliere l’ingombro del cappotto,
nel vestito ampio e comodo che indosso, per il riposo.
Toglierò le mie scarpe sporche
 di tanti passi frettolosi,
di semafori e genti,
di saluti con la mano e strade piene che a malapena ricordano chi le ha vissute.
Mi libererò del trucco e scoprirò il mio viso,
sarà stanco ma sollevato di guardarsi senza pensiero,
di riconoscersi come lo conosco io
pieno di tante ore passate lontano dal conforto sicuro di una voce senza parole.
Né il passo deciso, né lo sguardo di fuori
Danno ad intendere ciò che avviene dentro 
quando,
dismessa l’ultima corazza,
io mi abbandono 
e accolgo felice
la benevole sensazione di esser sola.
Benvenuta alla mia solitudine!
Perché quando aspetto che mi lasci anch’essa
sta per arrivare il tuo momento di tornare a casa.

E saprò di essere completa.

Inverno

Sei d’inverno,
e spogli i tuoi occhi al sole pallido,
dove è ancora il ricordo dell’oro all’orizzonte.
E’ inverno
Quando le colline perdono il loro profilo
E la notte vince al giorno
Il suo primato sul tempo.
M’avvicino
E sono d’inverno i tuoi respiri
Oh povere braccia!
Che mendicano al vento freddo
Un angolo di conforto.
E non c’è luogo in cui fuggire,
non ci sono mura tanto alte che mi nascondano
Da te che mi cammini accanto
E dal tuo inverno che mi divora.

Colori…

La solitudine apre la strada al pensiero…Molte volte mi ritrovo a pensare e tante altre semplicemente guardo il soffitto e cerco di immaginare cambiate le mura della mia stanza. Ogni giorno hanno per me un colore diverso, ma sarebbe assurdo pensare di averle dipinte di tutti i colori! Il caos è buono solo per un’ora…
Da sola mi diverto a guardare le vite degli altri, delle persone che mi camminano accanto. E così, un giorno sono una madre premurosa che va per la strada col suo piccolo tesoro e guarda tra il divertito e l’assorto ogni passo che muove; un altro sono in giacca e cravatta con una valigetta nero lucida piena di carte e buone speranze; un altro ancora sono agli angoli di una strada e mendico con gli occhi l’unico bene che non posso comprare. Eppure alla fine di ogni giorno torno me stessa, una ragazza tra il bianco e il nero, intenta a cercare per le sue solide pareti un colore che sia definitivo, che abbia l’eterno conforto di trovarsi nel posto giusto…Non so se esiste, per ora il piacere sta tutto nel cercare…

Bè…che ne dite di questo colore intanto?